Texts

Lo Spirito di un luogo

La fotografia, con la sua capacità di fondere il tempo ed evocare la storia di uno spazio, è lo strumento ideale per esprimere il risultato di un'indagine articolata, in cui è centrale la poetica delle connessioni tra uomo e luogo. La fotografia infatti è un nodo temporale perfettamente rispondente a quello di un luogo in cui sono stratificati, mescolati, intrecciati tempi e vissuti diversi, ma che ci si presenta come un’immagine unitaria in cui è catturato ben più che un singolo momento storico, anzi lo spirito stesso del tempo trascorso, il cosiddetto Genius Loci. Lo spettatore è allora invitato a concentrare la sua attenzione non solo sul momento in cui la fotografia è stata scattata, ma anche sui tempi contenuti nelle diverse tracce che compongono l’insieme, ricordi di culture ed eventi storici del passato, tracce di elaborazioni che si sono succedute. Solo così può percepire, al di là dei limiti della prospettiva individuale, quelle misteriose forze, invisibili in realtà all'occhio, che regolano i luoghi a cui l'uomo è legato. Questo groviglio temporale è costantemente sotto i nostri occhi, eppure se vi si fissa l’attenzione si presenta come un enigma, qualcosa di inspiegabile e sospeso, come un’ambivalenza metafisica: è una cosa e al tempo stesso un’altra, insieme, inseparabilmente; è del tutto reale e al tempo stesso pare una finzione, una scenografia teatrale, una simulazione virtuale. Questi luoghi indicano per noi un altro modo possibile di vivere, dove il tempo si è fermato, che restituisce all'uomo un passato come memoria di sensazioni assopite nel profondo del suo esistere e lo spingono al tempo stesso ad immaginare un futuro differente. Per questo, più che vuote di presenza umana, sono per noi in attesa dei protagonisti che la popolino.

Genius Loci

Tutti i fenomeni dell'universo obbediscono alle leggi del tempo e dello spazio. Ogni azione, ancora prima di concludersi, si è già trasformata, attraverso il tempo, in memoria, ricordo, storia ed è avvenuta all'interno di un punto fisico ben preciso dello spazio, quale può essere un “luogo”. I luoghi sono da sempre considerati dall'uomo come spazi vissuti con i quali stabilisce relazioni che vanno oltre i loro aspetti puramente fisici. Il luogo acquista importanza per i sentimenti, i ricordi e le suggestioni che trasmette all’individuo e alla comunità. Possono esistere vari tipi di relazioni, tra le quali è possibile individuare un denominatore comune che concorre a creare l'esclusività e a definire lo “spirito”, il carattere, l'anima del luogo, che identifica le sue caratteristiche socio-culturali, la sua identità: il cosiddetto Genius Loci. Il termine oltre che suggestivo è antico; era già in uso tra i Romani per i quali ad ogni luogo di culto era legata un'entità soprannaturale chiamata appunto Genius Loci e alla quale, col passare dei secoli e ancora oggi, ogni espressione artistica si è ispirata, attribuendole una moltitudine di locuzioni, significati e simboli. Per comprendere il Genius Loci occorre rendersi conto che dentro ogni immagine di un luogo è racchiuso molto più di quanto i nostri occhi vedano o di quanto la nostra mente immagini di primo acchito. Ma per scoprire gli elementi nascosti serve prestare un’attenzione particolare, perché, come ha scritto James Hillman: "L'anima del luogo deve essere scoperta allo stesso modo dell'anima di una persona. E' possibile che non venga rivelata subito. La scoperta dell'anima ed il suo diventare familiare, richiedono molto tempo e ripetuti incontri" [1]. Vedere significa allora non solo guardare ma "comprendere", individuare cioè l'insieme di quegli elementi fisici e metafisici che legano consapevolmente gli uomini a un determinato luogo, evocandone in modo profondo e a volte misterioso lo spirito, il suo “genio”.
[1] James Hillman, L'anima dei luoghi, Rizzoli, Milano 2004, pag. 55.

Quello che noi crediamo di sapere della fotografia

(...) Ovviamente non mancano all’appello i temi del paesaggio e dell’architettura che, grazie a un’estetica spiccatamente rarefatta, riescono a collocarsi al di là del proprio contesto geografico. La fugacità dello sguardo di Thomas Struth passa da momenti di quotidiano anonimato a scorci di vita rurale, immortalando l’aspetto meticcio delle città moderne che sembrano aver perso ogni peculiarità. Viceversa, la Serenissima di cui si appropria Mino Di Vita è immobile, cullata dal sonno, sfollata dai turisti che di giorno assediano calli, salizade, fondamenta, campi e campielli. È una Venezia “frontale”, come fosse una quinta scenografica, del tutto effimera, finanche surreale. Nelle foto di Struth e Di Vita eccelle la drammatica bellezza della luce, che per una volta tanto non si conforma allo stereotipato romanticismo dei panorami urbani. (...)
Tratto da prefazione catalogo mostra Dell'infingimento. Museo d'Arte Contemporanea di Lissone

La Finzione al limite

(...) Potremmo dire, stavolta con Jean-Christophe Bailly, che la fotografia coglie questa oscillazione, questa vibrazione luminosa, tra realtà e finzione, il diventare finzione della realtà e, d’altro canto, il diventare altro della finzione. Talvolta basta allora una particolare luce o un’inquadratura singolare, l’assenza di presenza umana o l’assenza stessa di un evento qualsiasi – come in Mino Di Vita o Lukas Einsele –, perché si crei quell’atmosfera enigmatica, “metafisica”, sospesa, indecidibile tra realtà e finzione, che ci sorprende e ci fa chiedere non solo che scena è quella, ma anche che scena è questa, la nostra in cui siamo. Lo stesso, sull’altro lato di quest’altra medaglia, una restituzione “troppo” dettagliata di ciò che sarebbe “normale”, come un volto in formato tessera in Thomas Ruff, ci insospettisce che dietro ci sia qualcosa d’altro, qualcosa di iperreale o di concettuale. È l’elevazione a potenza, a un altro livello: metarealtà e/o metalinguaggio. Ovvero: tutta la realtà appare in posa, quando è restituita in immagine, non solo quando volutamente si ferma, si atteggia volontariamente; d’altro canto tutta la fotografia parla di fotografia, dice del proprio statuto, del proprio essere. (...)
Tratto da prefazione catalogo mostra Dell'infingimento. Museo d'Arte Contemporanea di Lissone

The spirit of a place: Venice

If it glances at the landscape photography of the street in which people are not present in the midnight when he turns a lens, an eye will be taken from it by the beauty of the form and color. However, also from classifying and exhibiting three corner in Venice,Burano, Murano. It is not looking as mere beautiful scenery, and it shows the depth of the concern about his "place." The big prints work has the rich information on the detail. If we changing the place in which our stand in front of a picture. We have a freedom which tastes the close-up the another details. The view of the street people are not present is felt for a thin result of a touch of reality, so that it also associates being compared with artificial lighting with the set or miniature of a movie conjointly. If we changed to details, it turns out that the trace of business of various people is minced. From the wrinkles of the curtain which was not closed only one well, the poster stuck easily, etc., we extend the wings of a fancy and feel the small drama which dwells into scenery. The deposition is city history and it cannot be for anew not feeling that it is maturing of urban space. The unique trial of Mino Di Vita is a fine work which feels a response very much for those who know the joy which reads a photograph, and I believe that it is greatly welcomed here also in Tokyo.

Clothes hanging on wires

L'essere umano stabilisce connessioni con tutto ciò che lo circonda. Così attraverso le diversità gli altri conoscono noi stessi. Ci sono, però, elementi che difficilmente cogliamo, ma che parlano intensamente di noi: gli indumenti. Abiti che abitiamo con il nostro corpo, con i quali ci relazioniamo con il mondo esterno. Non è immediato da pensare, ma in realtà i nostri vestiti si confrontano con il mondo esterno ancor prima di noi e lo fanno in un modo molto particolare. L'artista lo ha scoperto e, con delicatezza, decide di raccontare la sua scoperta senza invadere l'intimità dell'individuo: vestiti appesi ai fili (Clothes hanging on wires), una parte di vita quotidiana diventa una narrazione appesa a un filo, nel vero senso della parola. È concesso inventare una storia su queste immagini solo nelle nostre menti, una favola segreta così come i volti delle persone assenti, ma presenti.

Assenze, presenti

Mino Di Vita è più che un semplice fotografo, usa la sua macchina fotografica con un’apparente obiettività fittizia. Crea un’immagine illusoria di uno scaccia tempo Benjaminiano, si trattiene per esplodere in un secondo momento con tutta la sua forza, rivelando un progetto nascosto e curioso. L’interpretazione degli avvenimenti della vita sociale, in questo artista, vanno oltre all’immaginario comune. Attraverso lo studio velato e rispettoso dell’intimità individuale Mino riesce a raccontare la vita degli essere umani, arriva a cullarne sogni, ed evidenziarne le speranze. Va oltre a quel dividendo di una fotografia artistica e una fotografia documentaria. Unisce atomo per atomo, cellula per cellula i pensieri, i sentimenti e i racconti di vita. L’assenza presenza umana è visibile solo in un secondo tempo, bisogna osservare con cordialità le immagini che ci stanno di fronte. Solo allora, in quell’attimo di rapimento confuso ci accorgiamo che le forme, i colori, i segni ci stanno parlando molto più di quello che pensavamo. I nostri occhi sono come appoggiati ad un buco della serratura, osservano un qualcosa di statico che tuttavia si sottrae per andare a rintanarsi in quel mondo fuggevole della verità. I gravi casi di amnesia di una società frenetica, abituata a tali figurazioni è costretta a ritrovarsi, come in uno specchio, nelle fotografie incantevoli ma allo stesso tempo indagatrici di un miasma edipico.